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Storia della cooperazione

La cooperazione nell'Italia del XIX secolo tra crisi e sviluppo
 
La penisola italiana non aveva ancora trovato una sua unità politica quando, nel 1844 in piena Rivoluzione Industriale, un gruppo di tessitori spinti dalla pesante crisi economica decise di costituire nella cittadina inglese di Rochdale il primo spaccio cooperativo con lo scopo di "migliorare la situazione economica dei soci".
Nasceva di fatto la cooperazione e si inaugurava un periodo pionieristico che, alimentato dai primi incoraggianti successi, ben presto fece della struttura cooperativa un modello da imitare in ogni parte d'Europa.
Non rimase avulso a questo panorama di rapide trasformazioni il suolo italiano e fu il Piemonte, dove era stata recepita l'innovazione delle associations fraternelles di Louis Blanc e il recentissimo Statuto Albertino aveva alimentato speranze di apertura alle forme di mutuo soccorso, a tenere a battesimo le prime cooperative nostrane. Nel 1854 a Torino fu la volta della Società degli Operai mentre due anni più tardi toccò all'Associazione artistico-vetraia di Altare.
Da quel momento il processo fu inarrestabile, tanto che alla fine dell'anno 1862 si potevano contare nel Regno d'Italia ben 443 società di mutuo soccorso delle quali 209 costituite tra il 1860 ed il 1862.
La seconda metà del XIX secolo fu contraddistinta da uno sviluppo entusiastico che consentì di giungere alle prime cooperative di consumo (con Francesco Viganò a Como e con Luigi Luzzatti a Milano), alla prima banca cooperativa a Lodi e, soprattutto, al primo congresso dei cooperatori italiani (a Milano nel 1886) che sanciva la nascita della Federazione delle società cooperative italiane (denominata dal 1893 Lega Nazionale delle Cooperative).
Va sottolineato che la crescita, talvolta pionieristica, delle esperienze cooperative seguiva non di rado le alterne vicende politico-economiche del nostro Stato, mostrando, anche a livello geografico, quella gravissima dicotomia sociale ed economica che si era verificata e mai ricucita tra il Nord del paese ed il Mezzogiorno. La sperequazione economica, accentuata proprio sul finire del secolo da una forte e convinta spinta all'industrializzazione a settentrione, prendeva consistenza in alcuni dati resi pubblici nel 1890: l'Italia settentrionale contava l'87% delle sedi cooperative dell'intero paese, l'Italia centrale il 14% e appena il 5,3% il Sud e le isole.
Al Sud il movimento poté fregiarsi delle lotte e degli scioperi dei Fasci siciliani, ma in buona sostanza è doveroso asserire che le iniziative associazionistiche dei lavoratori rimasero sporadiche e scarsamente incoraggiate.
Sorte assai diversa toccò al mondo cooperativistico cattolico, impegnato, dopo aver de facto superato il Non expedit di Pio IX, a recuperare terreno nella vita sociale italiana forse più preoccupato dai sempre maggiori favori riscossi dal movimento socialista, che non incoraggiato dall'enciclica di Papa Leone XIII Rerum novarum.
Sino a quel momento l'attività sociale ed istituzionale dei cattolici si era svolta prevalentemente attraverso l'Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici d'Italia (fondata a Venezia nel 1874). L'insufficienza di tale azione apparve chiara al termine degli anni ottanta e per correre ai ripari nel 1889 a Padova venne costituita l'Unione Cattolica per gli Studi Sociali.
Ad essa venne attribuito il compito di "sviluppare una riflessione all'altezza delle nuove sfide proposte dall'incipiente trasformazione della società e dell'economia italiane o perlomeno di alcune aree e regioni del paese".
Uno dei possibili percorsi fu individuato nello sviluppo di organizzazioni sindacali cattoliche. In tale senso, l'enciclica di Leone XIII, incoraggiando l'associazionismo e legittimando la formazione di società composte di soli operai, consolidò la proposta dell'Unione Cattolica.
 

La spinta verso la cooperazione in età giolittiana
 
Le azioni di governo di Crispi e dei suoi immediati successori condussero l'Italia in una profondissima crisi economica che, dopo essere sfociata in scontri di piazza repressi sanguinosamente, preparò l'entrata in scena di Giovanni Giolitti. L'economia italiana, sorretta da una congiuntura internazionale favorevole, dalla ristrutturazione del sistema bancario, dall'incentivo alle grandi opere pubbliche, dalla nuova politica industriale impostata dal ceto dirigente liberale, mostrò segni di confortante dinamismo.
Nel 1901 nacquero la Federazione Italiana delle Società di Mutuo Soccorso e la Confederazione Generale del Lavoro, la "Triplice Alleanza" del lavoro, un comitato composto dai maggiori esponenti dei movimenti cooperativi, mutualistici e sindacali; e tra il 1904 e il 1910 furono dodici i provvedimenti legislativi volti a favorire più o meno direttamente la cooperazione.
A conferma del ruolo di primissimo piano svolto dal movimento cooperativo italiano, la Lega Nazionale delle Cooperative venne ammessa a far parte in Italia dei Consigli Superiori del Lavoro, della Previdenza, dell'Emigrazione e della Commissione Centrale delle Cooperative e, all'estero, dell'Alleanza Cooperativa Internazionale.
I risultati non si fecero attendere e si passò dalle 3800 società esistenti nel 1902 alle 5065 del 1910.
 

La cooperazione nel periodo bellico e il rilancio nel primo dopoguerra
 
Il primo conflitto mondiale ebbe chiaramente riflessi negativi anche nel settore cooperativo osteggiato dall'aumento dei costi e dalla stasi dei beni di consumo.
Allo scoppio della Grande Guerra in Italia si contavano 7429 cooperative con un milione e 800 mila soci (di queste 2408 appartengono al settore di consumo, 3022 alla produzione e lavoro, 1143 al settore agricolo, 105 alle assicurazioni). Ma all'indomani della vittoria sul fronte alpino, tra il 1919 ed il 1920, nel nostro paese si assistette ad un vero boom cooperativo, stimolato in parte dalla forte disoccupazione e dall'aumento sfrenato dei prezzi.
Nel 1921 le cooperative erano 25.000 e contavano oltre due milioni di soci.
 

Cooperazione e fascismo
 
Fra il 1919 e il 1924, in un periodo di grande confusione e di travaglio per una Nazione delusa ed allo stremo, lacerata al suo interno da violenze e ritorsioni, il Fascismo, allo scopo di arrestare l'avanzata delle forze socialiste e cattoliche, colpì duramente la cooperazione.
Solo nel 1923 il primo governo Mussolini diede il via ad un processo di normalizzazione che avviò l'opera di revisione dei problemi cooperativi da parte del partito nazionale fascista. Dal 1925 al 1927 il Regime sciolse la Confederazione ed intraprese una radicale riorganizzazione dei settori cooperativi: fu creato l'Ente Nazionale Fascista per la cooperazione con sede a Roma e le cooperative furono inquadrate nell'ordinamento corporativo.
Nei giorni che seguirono l'8 settembre 1943 il Fascismo provò a fare leva anche sulla cooperazione attraverso il Manifesto di Verona del novembre dello stesso anno. Tuttavia le sorti dell'Italia stavano per cambiare, e le forze antifasciste, che si preparavano a vincere l'ultimo atto di una cruenta guerra civile, posero le basi per la ricostruzione di cooperative libere e democratiche, alle quali venivano affidati ruoli e responsabilità per un'Italia democratica.
 

Il secondo dopoguerra: il movimento cooperativo dalla guerra fredda al miracolo italiano
 
Alcuni segnali forti si avvertirono già con l'arrivo sul suolo italiano delle truppe alleate: in occasione del centenario dei Probi Pionieri di Rochdale, nel novembre del 1944, a Roma si vivono festeggiamenti di cui tutti i giornali danno vasta eco; il 15 maggio 1945 un gruppo di cooperatori cattolici ricostituisce la Confederazione Cooperativa Italiana; alcuni mesi più tardi la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue venne ricostituita.
Si arrivò così alla legge Basevi, approvata il 14 settembre 1947, contenente "Provvedimenti per la cooperazione", che sanciva sia i principi solidaristici e democratici cui dovevano ispirarsi le società cooperative, sia le clausole che avrebbero dovuto certificarne il rispetto del requisito della mutualità sancito dalla Costituzione.
La guerra fredda e la successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti smorzarono quasi istantaneamente le illusioni di un rinnovamento sociale. Al governo, De Gasperi traghettava l'Italia, ancora lacerata e sconvolta dai disordini di piazza, verso una vita normale e democratica fondata sul diritto al lavoro e al benessere.
Non furono anni facili nemmeno per il movimento cooperativo, spesso al centro di discriminazioni da parte dello stesso governo e vittima di un vero e proprio ostracismo. Il tentativo di individuare una via di riscossa passò attraverso la Carta rivendicativa della cooperazioni (16 dicembre 1953) che rivendicava:
- restituzione del maltolto
- cessazione delle gestioni commissariali
- statuto definitivo della cooperazione
- perequazione finanziaria e tributaria
- abolizione dell'imposta di fabbricazione dello zucchero
- applicazione integrale del testo unico sull'edilizia popolare.


Le crisi degli anni Cinquanta ed i ripensamenti sulle tematiche dell'economia conclusero in definitiva la fase storica del cooperativismo, favorendo l'affermazione dei grandi consorzi nazionali.
Nacque nel 1962 a Bologna il Consorzio Nazionale Dettaglianti (Conad) al fine di organizzare in comune i rifornimenti e gli acquisti di generi alimentari, bevande e beni di consumo; e, sempre a Bologna, l'anno successivo si attivò l'UNIPOL.
 

Lo sviluppo della cooperazione nelle incertezze economiche degli anni settanta
 
A partire dai primi anni settanta si avvertì una necessità di riformare la Legge Basevi, e così nel 1971, con la Legge 127, furono stabiliti alcuni provvedimenti per un più moderno funzionamento delle cooperazioni e furono introdotte importanti agevolazioni fiscali. Sempre nello stesso anno si costituì l'Unione Nazionale Cooperative Italiane (U.N.C.I.), grazie all'impegno di un gruppo di ispirazione cattolica.
Ma se i segnali di una ripresa del movimento cooperativo si erano sentiti a partire dai primi anni settanta, fu con le elezioni del 1975, in cui si registrò una forte svolta a sinistra del paese e particolarmente verso il Partito Comunista Italiano, che il ruolo del movimento cooperativo, quale originale protagonista imprenditoriale, "terza via" nello sviluppo economico del paese, alternativa sia al capitalismo privato che al sistema delle pubbliche imprese, venne fortemente riproposto.
L'interesse che il movimento cooperativo suscitò con la politica di rilancio in una congiuntura economica avversa favorì quello straordinario sviluppo del movimento stesso tra gli anni 1977 e 1979.
 

Dalle trasformazioni degli anni ottanta ai nostri giorni
 
Nuove sfide si prospettarono a partire dagli anni ottanta, nel momento in cui il sistema produttivo, modificato profondamente da importanti trasformazioni, pose al movimento cooperativo il problema di come agire sul mercato senza tuttavia smarrire i propri valori della solidarietà e della mutualità.
Dalla crisi, che aveva scosso fino ai massimi livelli il mondo cooperativo con le dimissioni del presidente della Confederazione, il movimento uscì lentamente a partire dal 1984. In quell'anno il terzo Congresso Nazionale, tenutosi a Roma, rilanciava la sfida ai grandi problemi produttivi del nostro paese: l'occupazione nel Sud, l'agricoltura e la piccola imprenditoria.
Per affrontare simili sfide si avvertì impellente la necessità di ingenti capitali, e la cooperazione da un lato optò per l'accesso al mercato dei capitali (pur rimanendo un'impresa di persone con scopi mutualistici), dall'altro scelse l'aumento dell'autofinanziamento. Fu il momento in cui nacque la Banec, una banca nazionale con sede a Bologna, si potenziò Fincooper e Unipol entrò in Borsa.
Sempre negli stessi anni la legge n. 49 del 27 febbraio 1985, detta Legge Marcora, prevedeva l'istituzione di un fondo speciale a favore delle cooperative costituite tra lavoratori in cassa integrazione guadagni utilizzabile sia per l'acquisto dell'azienda in difficoltà presso la quale avevano lavorato, sia per la costituzione di una nuova società (al di fuori del settore agricolo). Sulla scia di questi incentivi il movimento accelerò lo sviluppo economico, grazie anche ad alcune importanti iniziative come la costituzione di FINEC (Finanziaria Nazionale dell'Economia Cooperativa) controllata dal Fincooper e della Società Finanziaria Meridionale (SoFiMer) in collaborazione con Isveimer e Banco di Napoli.
Mentre il movimento cooperativo si espandeva anche nel settore delle costruzioni, determinando una crescita quantitativa tanto imponente da costringere le società a riflettere sulle caratteristiche del proprio essere cooperative, la legge n. 59 del 31 dicembre 1992 introduceva importanti novità riguardo le modalità di finanziamento delle cooperative. Si istituì una nuova categoria di soci sovventori le cui risorse finanziarie possono essere utilizzate nell'ambito di fondi per lo sviluppo tecnologico e per la ristrutturazione e il potenziamento aziendale.
La sfida, oggi, consiste in un rilancio del movimento nella società che passi attraverso una profonda presa di coscienza della natura sociale della cooperazione e la valorizzazione del ruolo del socio. La Cooperazione si propone ai nostri giorni come attività produttiva gestita direttamente da chi lavora e rivendica, come ha fatto sin dalla sua nascita, il diritto per tutti i ceti sociali di accedere all'esperienza dell'impresa, di produrre reddito, occupazione e solidarietà.
 

Cooperazione e cambiamento
 

Quale futuro
 
La nascita della cooperazione nella Regione Autonoma Trentino - Alto Adige (intesa come sistema di imprese cooperative) non fu solo la rivolta del piccolo contadino o del lavoratore sfruttato contro l'avidità dell'usuraio o la prepotenza del padrone. La cooperazione fu, ed è ancora, innanzitutto risposta ai bisogni delle persone in modo efficiente e secondo metodi imprenditoriali.
Nemmeno alle origini del movimento la cooperazione fu una risposta ai soli bisogni materiali delle persone.
Nonostante la povertà dilagante degli albori della rivoluzione industriale e la grave crisi agricola che colpì masse ancor più vaste di persone, la cooperazione, fin dal suo sorgere, riuscì a dare risposte a bisogni più elevati di quelli materiali. Essa ebbe l'ambizione di essere sistema avanzato di cambiamento e di miglioramento (don Lorenzo Guetti paragona la modernità della cooperazione a quella del telegrafo e dell'energia elettrica ed Emanuele Lanzerotti parla di "strada nuova" per superare il conflitto tra consumatori e produttori).
Dunque la cooperazione fu vista dai padri fondatori come risposta globale ai bisogni dell'uomo.
 

La scala di Maslow
 
Accanto ai bisogni di sussistenza e di sicurezza, man mano che si va verso l'alto della nota scala di Maslow, troviamo infatti i bisogni di socialità, di stima e di senso.
Le prime cooperative o le Casse Rurali non diedero risposte solo alle necessità materiali di sussistenza per quanto riguarda gli approvvigionamenti o di sicurezza nell'accesso al credito, ma anche ai bisogni superiori, non materiali.
Il mettersi insieme con regole, diritti e doveri sviluppò enormemente la socialità delle persone. Le prime cooperative furono vere e proprie fucine per ritrovare fiducia e stima in se stessi e negli altri (la comunità) e per ricostruire il senso dell'esistenza in un mondo che stava cambiando con estrema rapidità. La Cooperazione fu dunque il catalizzatore di risorse che rischiavano di frammentarsi e disperdersi irreparabilmente.
Divenne, quindi, una delle risposte più efficaci per padroneggiare quel grande cambiamento che sconvolse il mondo e i rapporti di produzione e di scambio nella seconda metà del 1800.
Essa fu un formidabile strumento di democrazia e di convivenza sociale per ritrovare i legami tra l'uomo e il suo territorio, tra la gente e il proprio ambiente; antidoto allo sradicamento che le ondate migratorie, causate dalla rivoluzione industriale, avevano introdotto anche nei quieti borghi rurali lacerando famiglie e comunità.
 

Il sapere cooperativo
 
In quest'ottica il sapere cooperativo, inteso come patrimonio storico della Cooperazione deve quindi essere valorizzato ed attualizzato.
La Cooperazione non va vista come "terza via" tra capitalismo e statalismo (che non fu mai), ma come risposta avanzata di democrazia economica, di sviluppo sostenibile, legato al territorio, basato sui valori e sulla dignità dell'uomo, pure all'interno di un'economia di mercato. Un'economia che non si accontenta del guadagno immediato, della massimizzazione dei profitti dei pochi a scapito dei molti, ma guarda alle generazioni future, accantonando gli utili nei fondi di riserva indivisibili che si trasmettono di generazione in generazione.
Proprio perché le cooperative sono imprese con un bilancio che deve chiudere, quanto meno, in pareggio, esse stanno a tutti gli effetti nel mercato, ma con competenze distintive e con logiche diverse.
La Cooperazione può essere ancora uno strumento efficace per padroneggiare il cambiamento.
Se confrontiamo con una tabella sinottica (il cambiamento economico; il cambiamento sociale) i cambiamenti economici e sociali del secolo scorso con quelli di oggi ci accorgiamo come il contesto sia profondamente mutato, ma come i bisogni superiori di socialità, di stima e di senso (ammesso di avere risolto quelli di sussistenza e di sicurezza) sono ancora fortemente presenti.
 

Risposta alla frammentazione
 
In particolare il passaggio dalla società industriale alla società della comunicazione, dove l'organizzazione dei saperi e lo sviluppo delle conoscenze, non solo professionali, ma anche sociali, diventa determinante, ripropone l'esigenza di combattere la frammentazione sociale e l'esclusione economica.
Nell'era delle "reti virtuali", cruciale sarà il mantenimento delle "reti di persone" sul territorio che possono sfruttare le enormi potenzialità dell'Information & Communication Technology, possono al contrario riuscire ad emergere meglio nella vetrina di Internet senza affondare nel mare dell'indistinto. Questi sistemi, anche piccoli, sono più coesi e cooperativi al loro interno ed hanno valori e non solo numeri da comunicare.
Il fatto poi che nel mondo stiano crescendo le attenzioni e le sensibilità verso uno sviluppo economico più umano e più giusto, e stiano aumentando i richiami all'etica anche negli affari (oggi esiste una norma per la certificazione etica delle aziende la SA 8000) dimostra che principi e metodologie cooperative, lungi dall'essere desuete, sono fatte proprie persino dalle grandi imprese di capitale.
 

La nascita della Cooperazione nel Trentino - Alto Adige
 
Una spaventosa crisi si abbatté sulle campagne della Regione nella seconda metà del milleottocento.
A quei tempi l'economia era prevalentemente agricola e assorbiva la stragrande maggioranza della popolazione attiva. Anche molte attività industriali, come quella dell'allevamento del baco da seta, erano legate all'agricoltura che era il perno di tutta l'economia. Si dovette fronteggiare il passaggio da un'economia agricola, a bassa produttività, basata sull'autoconsumo, ad un'economia più aperta, di mercato, dove la stessa attività agricola doveva essere orientata verso una maggiore produttività.
Il contadino, che prima produceva solo ciò che era necessario al proprio consumo, dovette imparare a produrre anche per vendere. Questo passaggio tra un sistema feudale ed un sistema moderno di tipo industriale-capitalistico di mercato, fu causa di una profonda lacerazione del tessuto sociale ed economico delle comunità rurali. Fin dai tempi antichi, infatti, le comunità rurali dei villaggi alpini avevano ampie estensioni di terreno, boschi e pascoli, in genere situati in montagna, che potevano essere utilizzati collettivamente.
L'utilizzo di queste proprietà era possibile per tutti "i vicini", cioè per gli abitanti originari del villaggio, ma era disciplinata da "regole" e norme ben precise a cui ciascuno doveva attenersi.
Il modesto reddito dell'attività agricola familiare, veniva così integrato dalla possibilità di utilizzare collettivamente i boschi e i pascoli di montagna. Attorno al singolo individuo esistevano legami e meccanismi di solidarietà sociale, che non procuravano certo ricchezza, ma per lo meno garantivano la sopravvivenza, anche se a prezzo di sacrifici durissimi.
La caduta del mondo feudale, che in regione avvenne molto più tardi, rispetto ad altre zone europee, trovò la locale popolazione contadina completamente impreparata ed indifesa nell'affrontare la nuova situazione.
L'apertura delle comunità rurali verso un'economia di mercato, dove si doveva produrre anche per vendere e non solo per consumare, e dove si acquistavano i manufatti (vestiti, scarpe, ecc.) provenienti dalle industrie della città anziché tesserli o costruirli artigianalmente, sconvolse la vita economica e sociale dei villaggi.
L'arretratezza del sistema agricolo, il carattere promiscuo delle coltivazioni prive di specializzazione e razionalizzazione, la frantumazione delle proprietà per l'area trentina e il sistema del maso chiuso per l'area tedesca, non permettevano di ricavare dalla terra il minimo vitale per tutti. Inoltre il venir meno di molti dei vincoli di solidarietà sociale e dei diritti collettivi del passato, posero i singoli e le famiglie di fronte alla dura necessità di prendere la via dell'emigrazione per trovare una fonte di lavoro e di guadagno.
Accanto a tutto ciò, gravi calamità naturali colpirono l'agricoltura. Due disastrose alluvioni, l'una nel 1882, e l'altra a distanza di pochissimi anni, nel 1885, si abbatterono su paesi, case, campagne. L'acqua ruppe gli argini, provocò frane, erose terreni, distrusse coltivazioni e stroncò anche molte vite umane. Nello stesso periodo si diffusero nelle campagne, attraverso l'importazione di piante americane, malattie fino allora sconosciute. La peronospora, la filossera, l'oidium, la crittogama, l'acaro, la tortrice uvana, ecc. distrussero la produzione di intere annate agricole colpendo le patate, l'uva, la frutta, i raccolti in genere della terra.
Di fronte ad esse il contadino non sapeva come comportarsi e, spesso per diffidenza, rifiutava i nuovi trattamenti chimici e le necessarie innovazioni. Anche il bestiame venne colpito dall'afta epizootica che è una malattia molto contagiosa che azzoppa gli animali. Fu colpito anche l'allevamento del baco da seta, che era una delle principali fonti di reddito per la famiglia contadina. Infine, con la perdita da parte del regno austrungarico, del Lombardo-Veneto (1859-1866), la regione si trovò a passare repentinamente da territorio centrale della parte sud occidentale dell'impero a territorio di confine. La chiusura degli sbocchi commerciali verso sud provocò notevoli disagi per le popolazioni.
In particolare ci fu un rincaro dei prezzi, soprattutto dei cereali, di cui la regione era fortemente deficitaria. Esiste quindi uno stretto legame tra cooperazione e cambiamento. Anche il cambiamento di alcune direttrici di traffico verso il fondo valle, ad esempio la costruzione della ferrovia del Brennero (1866), isolarono i territori di montagna, dove prima passavano le vie di comunicazione attraverso i passi, e portarono ad un abbassamento altimetrico della popolazione; fenomeno questo che si accentuerà sempre di più con il passare degli anni fino ai nostri giorni.
Se allora, infatti, due terzi della popolazione locale abitavano al monte, cioè in territori sopra i trecento metri sul livello del mare, oggi i due terzi degli abitanti risiedono invece sul fondo valle. Per far fronte a questa situazione di crisi, di emigrazione e di disgregazione sociale, nacquero le prime forme di unione, di solidarietà e di associazionismo. Esse furono le Società di Mutuo soccorso che assistevano i soci in caso di malattie e infortuni con assicurazioni e previdenze; le Società Agrarie che riunivano i produttori agricoli allo scopo di promuovere e migliorare l'agricoltura. Nel 1882, divenne operativo il Landeskulturrat (Il Consiglio Provinciale dell'Agricoltura) con le due Sezioni di Trento e di Innsbruck che furono i principali organismi di supporto allo sviluppo e alla rinascita dell'agricoltura regionale.
Non secondario fu anche l'appoggio del governo austriaco a queste realizzazioni, in particolare con le leggi del 1867 sul diritto di associazione e del 1873 sull'istituzione dei consorzi economici a garanzia limitata e illimitata. Su queste basi, a partire dal 1889, fu fondata la cooperazione sudtirolese e dal 1890 la cooperazione trentina. I pionieri della cooperazione erano uomini impegnati nel sociale, eticamente motivati e aperti all'innovazione come Julius von Riccabona e mons.
Greuter in Sudtirolo e don Lorenzo Guetti ed Emanuele Lanzerotti nel Trentino. Il professore viennese Gustav Market fu l'esperto incaricato di rinnovare l'insegnamento in agricoltura.
Proprio tramite i docenti delle "cattedre ambulanti" le idee cooperative si diffusero capillarmente in tutta la regione. Già nel 1900 si contavano nel Tirolo Voralberg ben 367 tra Casse Rurali e Raiffeisenkasse, 63 Konsumvereine (cooperative di consumo) e 24 Werkgenossenschaften (cooperative artigiane) oltre a numerose Kellereigenossenschaften (cantine sociali), Sennereigenossenschaften (caseifici Sociali) e alle prime Elektrizitatsgenosseschaften (consorzi elettrici cooperativi).
La cooperazione diventava così sistema, essendo presente in tutti i comparti dell'economia regionale. Alla fine del 1900 nel Trentino c'erano 105 Casse Rurali, con 8.000 soci, 135 Famiglie Cooperative, con 20.000 soci e un volume di affari di 40.000.000 milioni di corone.
 

Il laboratorio cooperativo regionale
 
Nella Regione Autonoma Trentino - Alto Adige la cooperazione vanta una storia ultracentenaria.
Essa è profondamente radicata nella cultura, nelle comunità e nelle economie locali.
Oggi non c'è paese o valle in provincia di Trento e di Bolzano dove non operi almeno una cooperativa.
Le imprese cooperative rappresentano un sistema cooperativo di tipo socio economico che taglia trasversalmente ogni campo produttivo o settore della società regionale, un vero e proprio laboratorio cooperativo.
Su una popolazione di circa 900 mila abitanti, nel Trentino -Alto Adige, si contano circa 300 mila soci di cooperative. Non sono tutte persone fisiche, perché una persona può essere socia di più cooperative, purchè non in contrasto tra loro, ma sicuramente sono più di 200 mila le persone che sono coinvolte nel sistema cooperativo.
Se poi raffrontiamo il numero delle cooperative - quasi 1500 -con quello dei Comuni, 223 nel Trentino e 116 in Alto Adige, possiamo constatare come, in media, ogni Comune vanta la presenza di almeno 4 cooperative.
La cooperazione è un vero e proprio sistema operante sia nel campo dell'agricoltura, con le cooperative agricole, che nel campo del credito, con le Casse Rurali o Raiffeisenkasse, che nel settore della distribuzione con le Famiglie cooperative.
Nel sociale troviamo le cooperative sociali, nel lavoro le cooperative di produzione e lavoro, nei servizi le cooperative di servizio, nel settore abitativo le cooperative edilizie, nel settore energetico i consorzi elettrici.
 

Bibliografia
 
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Le stagioni della solidarietà : cronache di don Lorenzo Guetti, tratte dal Bollettino di Trento del Consiglio provinciale d'agricoltura dal 1885 al 1893 / letture e note per l'utilizzazione didattica di Mauro Neri ; note a schede di documentazione di Luciano Imperadori
Don Lorenzo Guetti : l'etica della solidarietà : scritti scelti del fondatore della cooperazione trentina / [a cura di] Luciano Imperadori
Lorenzo Guetti : un uomo per il Trentino / a cura di Andrea Leonardi - Trento : TEMI, 1998, p. 103-133.
Per una storia della cooperazione trentina / [di] Andrea Leonardi ; a cura della Federazione dei consorzi cooperativi di Trento e dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia. - Milano : Angeli, 1982-1985.
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